Alternative Dimensions’ NFT Collection - “IO” NEL “TU”

Breezy
Oct 18, 2022 11:56AM

Breezy sta curando la NFT-Collection 'Alternative Dimensions' per la piattaforma ArtTech V-Art e il Museo Nazionale Andrey Sheptytsky. Ogni settimana presenteremo uno dei capolavori del museo coinvolti nel progetto attraverso articoli dedicati ad approfondire il tema della conservazione della memoria e delle sue testimonianze storico-artistiche.

In questa vita siamo solo di passaggio. Brevi e fulgidi bagliori destinati a tramontare, corpi esposti all’inevitabile azione corrosiva del tempo. Nel ciclico alternarsi delle stagioni, siamo impronte sulla Terra: tracce più o meno visibili nel ricordo di chi ha condiviso parte del suo percorso con noi. In rari casi, una vita virtuosa viene ricordata per generazioni, la sua storia tramandata e il suo lascito diviene patrimonio dell’umanità. In casi ancora più eccezionali, anime di indescrivibile sensibilità e complessità, gli artisti, catturano le fragilità del proprio tempo o si addentrano nelle profondità di un futuro incerto. Gli artisti sfidano il tempo presente per proiettarsi nel futuro, spesso affidando se stessi a supporti materiali e tecniche artistiche meno persistenti delle loro idee. Eppure il nostro bisogno di sentirci parte di un disegno più ampio e non anime sole e accidentali, rende forte l’esigenza di preservare la memoria, in ogni sua manifestazione, cercando il confronto e il dialogo col passato.

Ci riconosciamo ancora nella storia dell’arte? Siamo capaci di sostenere uno sguardo e lasciarci guardare senza vergogna? E di tendere la mano verso ricordi quasi dimenticati? Siamo ancora in grado di abbracciare e lasciarci abbracciare? Abbiamo sufficiente rispetto della terra che calpestiamo e di tutte le sue impronte invisibili?

Rembrandt van Rijn (1606 - 1669), Sketches of the Heads, Museo Nazionale Andrey Sheptytsky

Il viso di un essere umano, di regola, dice cose più interessanti di quelle che dice la sua bocca: poiché il viso è il compendio di tutto ciò che la bocca possa mai dire.

Arthur Schopenhauer

E se provassimo a spostare il baricentro della memoria dal nostro “Io” per vestire i panni di chi ci osserva? Probabilmente scopriremmo che la nostra natura raramente combacia con l’apparenza. O meglio, la vita scivola talmente veloce da impedire all’altro di prendersi i giusti tempi per osservare quanto di noi traspare all’esterno.

È nell'arte che questi “tempi naturali” sono ripristinati: dall’ideazione allo studio preparatorio, fino all’azione, l’artista entra in contatto con l’intimità del soggetto di fronte a sè. Se ne riempie gli occhi nelle sedute di posa e ne rievoca l’immagine nella sua memoria, spesso superando il confine tra mondo sensibile e mondo intellegibile. Secondo Platone, il primo rappresenterebbe lo spazio del divenire e del mutamento; l’altro il piano delle idee, dalle quali deriva la vera conoscenza e dove risiedono estro e creatività, intuizione e genialità. La dimensione temporale delle idee è un rincorrersi di pensieri ed emozioni fugaci o persistenti, di cui spesso non riusciamo ad afferrare l’essenza. Per imbrigliare un’idea dobbiamo scriverla, darle corpo, trasporla dal trascendente all’immanente. In questo, il disegno è forse la rappresentazione più autentica: una sintesi immediata o un veloce appunto destinato a successivi sviluppi, la semplificazione dello sguardo su tutto ciò che ci circonda, ovvero il riconoscimento dell’essenziale.

Il disegno ci rieduca, dunque, alla genuinità dell’occhio in tutte le possibili direzioni: verso la natura, verso le cose e, non da ultimo, verso l’altro. Nel ritratto, poi, avviene un passaggio ulteriore: la sensibilità di chi osserva entra in relazione con quella dell’osservato, così che “Io” e “Tu” si confondono e si fondono in un’entità unica. Questo gioco di scambi si è spesso scontrato con limiti etico-sociali, che hanno represso questo flusso in nome di rappresentazioni standardizzate che non ci hanno trasmesso altro che usi e costumi del tempo.

Come ricreare la sincerità in questa relazione tra osservato e osservatore? Molti artisti credono che la risposta risieda nella sovrapposizione dei due punti di vista, ossia nel ritratto, ovvero in schizzi fugaci rubati dalla strada e dal quotidiano. Nessuna aspettativa da soddisfare, se non la propria, né sollecitazioni o pressioni esterne. Scorrendo le pagine della storia dell’arte, pochi come Rembrandt Van Rijn hanno lavorato sul ritratto e ancora meno hanno collezionato tante rappresentazioni di sé: il suo volto è noto da dodici disegni, una trentina di acqueforti e da oltre quaranta dipinti, non commissionati né indirizzati a facoltosi protettori, bensì eseguiti per sé stesso. Dapprima si rappresenta con abiti e orpelli, inscenando un suo personale Carnevale in cui l’artista si immagina soldato, mendicante, principe e perfino re, per poi spogliarsi dei simboli convenzionali e concentrarsi sul volto, che in tarda età sarà attraversato da malinconia e inquietudine.

Lo sguardo verso l’altro tradisce il suo sistema interiore, la propria sensibilità e lo spirito della società olandese. Le sue opere danno voce ad un’epoca brillante e intraprendente, popolata di individui che hanno preso in mano il proprio destino, mentre altri si sono limitati ad osservare ai margini della strada. Immaginiamo che questi saggi di disegno siano il frutto di una passeggiata al mercato, di una ricostruzione fantasiosa oppure di una sessione di studio per la realizzazione di un’opera su commissione, in cui si alternano figure femminili e maschili, volti più o meno attraversati dai segni del tempo. Memoria fotografica del tempo o memoria dell’artista.

O meglio, un frammento di storia giunto fino a noi attraverso il gesto di un grande artista.

Serena Nardoni, Storica dell'Arte e Editor

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